Industry 4.0 e filiera del legno: a che punto siamo?

Mentre la prima fase del piano del Governo italiano in tema di Industry 4.0 sta volgendo al termine per lasciare posto definitivamente alla seconda, abbiamo deciso di condurre una indagine, intervistando alcuni dei più importanti player che operano nel settore del legno, per capire a che punto sono le imprese della filiera e quale potrebbe essere lo scenario futuro.

É un martedì pomeriggio di settembre, il 19 per la precisione, e i Ministri Calenda, Padoan, Poletti e Fedeli si riuniscono per fare il punto sui risultati ottenuti dalle agevolazioni fiscali introdotte dalla Legge di stabilità 2016 attraverso il Piano Nazionale Industria 4.0 e destinate a tutti i titolari di reddito di impresa che hanno voluto investire nella digitalizzazione dei processi produttivi e nella valorizzazione della produttività dei lavoratori. Quindi Iperammortamento al 250 per cento, valido per gli acquisti effettuati nel 2017 e con consegna entro settembre 2018, e Superammortamento al 140 per cento, ai quali si è da qualche tempo aggiunta anche la Sabatini Ter. Molto buoni i risultati riscontrati dalla Cabina di Regia sui principali indicatori manifatturieri, al punto che il Superammortamento verrà confermato anche nel 2018 (terzo anno di applicazione), ma con un’aliquota rivista leggermente al ribasso (130 per cento), così come l’Iperammortamento che invece resterà invariato.

E mentre la fase due del piano di Governo – denominata Piano Nazionale Impresa 4.0 – sta per partire, abbiamo deciso di fare il punto su quello che è stato questo ultimo anno e mezzo per capire come la filiera del legno sta vivendo questo momento di trasformazione.

Il legno è tradizionalmente un settore povero nel quadro delle aziende manifatturiere”, fa notare Stefano Bartolini, product development manager di Cefla Finishing. “Si tratta di un comparto nel quale il valore aggiunto per bene prodotto è basso. Questo dato è ancora più evidente se posto in relazione ad altri settori del machinery e dell’industria in generale. Ciò ha comportato, nel corso degli anni, investimenti relativamente contenuti sia da parte degli utilizzatori di macchinari che da parte dei costruttori. Da almeno un decennio tuttavia, non a caso a partire dal 2009, annus horribilis dell’economia mondiale, le cose hanno iniziato a cambiare. I costruttori di macchine hanno compreso che per sopravvivere e crescere dovevano investire in nuove tecnologie, perché non ci sarebbe stato futuro senza innovazione”.

Non c’è alcun dubbio sul fatto che gli incentivi statali siano stati un’ottima risorsa per le imprese italiane che, soprattutto in questi ultimi mesi, hanno avuto l’occasione di rimodernare i propri parchi macchine, che – secondo una indagine di Ucimu di qualche tempo fa – avevano un’età media di circa vent’anni. Vero è inoltre che le misure introdotte dalla Legge di stabilità 2016 sono state un’ottima risorsa anche per i costruttori di macchine che, se da un lato hanno potuto usufruirne per riorganizzare le proprie strutture, dall’altro hanno potuto usarle come leva commerciale.

Da un’analisi condotta da Acimall – e realizzata proprio al fine di capire come i costruttori di macchine per la lavorazione del legno stanno vivendo questo momento di cambiamento orientato verso Industry 4.0 – è di fatto emersa una Italia che viaggia su due binari paralleli. Da un lato i grandi gruppi industriali che hanno ottenuto ottimi risultati, quantificabili con fatturati raddoppiati se non addirittura triplicati e attribuibili in gran parte (anche se non solo) agli incentivi statali; dall’altro invece le realtà più piccole che invece stanno facendo più fatica.
A questo proposito credo sia importante fare una considerazione di partenza”, precisa Carlo Alberto Strada, responsabile dell’ufficio studi di Acimall. “Se parliamo di costruttori di macchine per la lavorazione del legno, va detto che i grandi gruppi del nostro comparto erano già pronti da tempo a una evoluzione in chiave 4.0, e lo erano per una ragione ben precisa. Negli anni immediatamente successivi all’inizio della crisi – quindi 2010 e 2011 – si erano già resi conto della forte necessità di mettere in atto una profonda riorganizzazione aziendale interna, in modo da avere poi gli strumenti per riuscire a rispondere tempestivamente alle esigenze di un mercato che stava cambiando, in termini – per esempio –  di velocità di produzione, flessibilità e così via. Quando, quindi, il nostro Governo ha presentato il famoso Piano Nazionale Industria 4.0 queste realtà di fatto potevano già contare su una evoluzione non solo culturale, ma anche a livello di offerta, che in buona parte era già avvenuta. Lo stesso purtroppo non è accaduto nelle imprese più piccole, in parte per ragioni organizzative e in parte perché, a causa della loro forte propensione all’export, avevano poco a che fare con il mercato italiano”.
Vien da sé, quindi, che questa prima fase del piano di Governo sia andata ad appannaggio dei grandi gruppi industriali, lasciando in disparte tanti piccoli costruttori italiani. “Dal mio punto di vista le realtà più piccole del nostro settore non hanno capito – aggiunge Strada – il discorso che stava alla base del piano di sviluppo promosso dal Governo. Industry 4.0 non era e non è solo ‘Iperammortamento’ inteso come leva commerciale per vendere più macchine, ma soprattutto un insieme di misure e strumenti, atti a far crescere in primis la propria impresa. Quindi finanziamenti in ricerca e sviluppo, informatizzazione, ammodernamento della struttura aziendale, e così via”.

La conferma di questa prima analisi ci arriva proprio dai diretti interessati. A partire da Biesse, Scm, Cefla, Ima e Homag Italia, tutti concordi nell’affermare che sono più che evidenti i segnali di ripresa del mercato italiano.

Negli ultimi anni a livello globale abbiamo più che triplicato le vendite della nostra divisione Systems, che si occupa proprio di Industry 4.0”, ci dice Federico Broccoli, Wood Division Director/Sales di Biesse Group, che ha fatto di Industry 4.0 una delle colonne portanti della sua strategia di sviluppo. “Si tratta di numeri che mai avremmo pensato di ottenere e che hanno coinvolto tutto il mondo: Nord Europa, Stati Uniti, Asia (Cina soprattutto) e Australia. Questi risultati sembrano essere ancora più importanti e incoraggianti per il mercato italiano. Grazie infatti alla forte spinta proveniente dagli incentivi messi a disposizione dalla Legge di stabilità 2016, possiamo quindi dire non solo che l’Italia è in linea con i Paesi europei più evoluti, ma che forse ha addirittura una marcia in più“.

Parte del merito è certamente da attribuire anche al fatto che molti costruttori di macchine hanno saputo tenere alto il livello qualitativo di innovazione di cui le imprese del nostro Paese hanno poi potuto beneficiare. Industry 4.0 – secondo Broccoli – sta coinvolgendo tutte le realtà del tessuto industriale italiano: “Anche le medie imprese stanno vivendo un processo di ammodernamento dovuto, oltre che agli incentivi, anche al fatto di aver compreso che bisogna cercare di avere delle fabbriche sempre più efficienti, automatizzate e integrate. Si tratta senza dubbio di una evoluzione culturale molto importante, che va di pari passo con un mercato che è tornato finalmente a crescere dopo la lunga crisi e che lo ha trasformato: stanno aumentando le richieste di lotti produttivi sempre più piccoli e, di conseguenza, anche la necessità di flessibilità“. Secondo Federico Broccoli la fabbrica del futuro dovrà infatti essere meno rigida, più integrata, con magazzini più snelli e più allineata alla consegna just in time.

È stata proprio la crisi a dare un input agli imprenditori italiani a rimettersi in gioco, ripartendo con nuovi investimenti e riorganizzando le proprie aziende da un punto di vista produttivo, commerciale e ambientale. Oggi chi si ferma è davvero perduto“, osserva Luca Bergantini, responsabile mercato Italia di Scm, secondo il quale siamo di fronte a un’accelerazione a tutti i livelli e su tutte le tecnologie. “I primi segnali di ripresa li avevamo già visti nel 2013, ma all’epoca avevano toccato solo i grandi gruppi industriali. Sono state però proprio queste realtà a fare da traino alle imprese più piccole che, per stare al passo con le richieste dei grandi gruppi loro clienti, hanno finalmente ricominciato a investire. Mi riferisco a tutte quelle piccole imprese artigiane molto evolute (10/20 dipendenti) che abbiamo visto fare investimenti che ricadono nel concetto del 4.0. A differenza però delle realtà più grandi che si sono già mosse verso una trasformazione totale, strutturale e organizzativa, queste piccole realtà avranno – secondo me – bisogno di molto più tempo e di una vera e propria evoluzione culturale per arrivare a una integrazione totale di tecnologie ‘smart’ con il resto delle proprie strutture aziendali come previsto dal Piano Industry 4.0”.

Ottimi anche i risultati raggiunti dal gruppo Ima Schelling e dal partner commerciale Priess & Horstmann. “Nell’ultimo periodo sono stati effettuati grossi investimenti da parte di aziende produttrici di mobili, soprattutto di cucine, sicuramente spinti anche dagli incentivi fiscali in tema Industria 4.0”, ci spiega Umberto Rivolta, sales manager Italia dell’azienda. “I poli produttivi più importanti del settore sono il Veneto, la Brianza e le Marche. Le aziende di medie e grandi dimensioni sono tornate a investire dopo la crisi che ha interessato l’intero mercato, non solo quello italiano ma anche mondiale. Sono pertanto fiducioso che anche nei prossimi anni il comparto si manterrà sui buoni livelli attuali”.

Imprese italiane verso il 4.0, questo sì, ma – secondo Rivolta – magari con qualche anno di ritardo rispetto alle aziende tedesche.“Industry 4.0 sta determinando anche in Italia una vera e propria rivoluzione nel modo di concepire la fabbrica, una struttura sempre più automatizzata e interconnessa, basata su sistemi che interagiscono continuamente con la produzione e il mercato, grazie a un massiccio utilizzo della rete. Sulla spinta degli incentivi della 4.0 le aziende si stanno quindi ristrutturando anche dal punto di vista dell’organizzazione interna con una gestione della fabbrica a 360 gradi e una gestione flessibile del ciclo produttivo”.

A questa va aggiunta un’altra considerazione importante, come fa notare ancora Bartolini di Cefla Finishing. Ovvero che la rivoluzione che interessa il mondo manifatturiero non è solo la digitalizzazione legata a Industry 4.0. Il nuovo paradigma consiste nell’evolvere da una logica imprenditoriale di prodotto a quella più ampia di sviluppo di servizi, ai quali è spesso associata una dimensione economica superiore a quella della produzione stessa. “Considerazioni – precisa – che riguardano sia la grande industria che il piccolo artigiano, chiaramente con modalità differenti.
L’adozione di tecnologie abilitanti e gli investimenti in sistemi cyber-fisici costituiscono anche una importante barriera di accesso al mercato e rendono disponibile un differenziale competitivo irrinunciabile. Servono tuttavia anche una visione strategica di lungo periodo, oltre che il coraggio di abbandonare il concetto di proprietà della tecnologia (tanto prima o poi qualcuno ci copierà …) per adottarne uno basato sul miglioramento dei servizi offerti. All’interno dell’ecosistema tecnologico Industry 4.0, questo farà la differenza”.

Alle considerazioni di Bartolini fanno eco quelle di Walter Crescenzi, managing director di Homag Italia: “Industry 4.0 è stata molto importante per le aziende italiane (e non solo) medio-grandi che hanno utilizzato gli strumenti messi a disposizione dal Governo in maniera abbastanza consistente per rimettere mano finalmente al loro parco macchine, andando così a rimodernare le fabbriche. Stiamo ricevendo tante richieste di offerta anche tra le PMI e questo è indubbiamente un sintomo di grande ottimismo. Abbiamo inoltre ricominciato a vendere macchine più tradizionali, slegate da Industry 4.0 e che pertanto non richiedono investimenti eccessivamente consistenti, e questo mi permette di essere ottimista anche sul medio periodo. Così come sono tante le aspettative che abbiamo verso Xylexpo 2018”.
E aggiunge: “La proroga per la consegna delle macchine a settembre 2018 è stata sia per noi che per i nostri clienti molto importante, così come sarebbe estremamente positivo se ci fosse una ulteriore proroga della data di consegna e, ancora di più, degli incentivi (sia pur con aliquote riviste)”.
Bene le imprese italiane, quindi, ma di alcune zone piuttosto che di altre. “Sicuramente abbiamo ottenuto risultati migliori nel nord Italia (quindi Veneto e Brianza), se parliamo di numeri e consistenza degli ordini, ma anche centro Italia, soprattutto nella zona di Pesaro e della fascia adriatica, che a livello di investimenti negli ultimi quattro anni era stata piuttosto inattiva. Senza contare che, anche se molte imprese oggi sono consapevoli che in questo momento non facciamo più in tempo a soddisfare le consegne entro la deadline prevista dal piano del Governo, questi incentivi sono stati un ottimo stimolo per rimettere in movimento il mercato”.

Una visione un po’ diversa da quella dei gruppi più grandi, ma comune a molti altri costruttori italiani di dimensioni più modeste, è invece quella di Giorgio Re, responsabile dell’area tecnica di Maggi, e di Stefano Maggi, direttore commerciale. “Oggi tutti parlano di Industry 4.0, quasi come se bastasse premere un pulsante per far funzionare l’azienda in totale autonomia. Dal nostro punto di vista però siamo ancora molto lontani da questa idea di fabbrica; Industry 4.0 è a un livello ancora embrionale. Certo è che le aziende della filiera del legno con cui abbiamo quotidianamente a che fare sentono determinate esigenze: flessibilità delle macchine per far fronte a una sempre maggiore personalizzazione dei prodotti e a lotti produttivi sempre più piccoli, velocità di realizzazione e soprattutto una connessione diretta con il costruttore di macchine nella fase post vendita. Siamo noi costruttori a dover cogliere questi input e trasformarli in soluzioni concrete. Noi, per esempio, abbiamo già progettato e realizzato impianti di produzione a lotto 1 rivolti alla piccola e media impresa“.
Ed è proprio questa la strada che sta seguendo Maggi, lavorando con obiettivi ben precisi e progetti concreti al fine di portare le sue macchine a un livello superiore di informatizzazione, declinata soprattutto alla fase post vendita: “Realizzare macchine con sistemi di manutenzione predittiva è nell’interesse non solo dell’utilizzatore di tale impianto, ma anche di noi costruttori”.
Giorgio Re sottolinea poi anche l’importanza del fare rete. “Siccome il progetto Industry 4.0 è molto ambizioso e richiede un grande impegno che coinvolge l’intera filiera del legno, se le imprese di questo settore a noi complementari facessero rete, collaborando ciascuna per quella che è la sua specializzazione, otterremmo risultati più importanti e più in fretta e saremmo in grado di mettere a disposizione dei nostri clienti un’offerta completa“.
E sul tema della rete di imprese torna anche Carlo Alberto Strada di Acimall: “A livello concettuale il fare rete fra imprese è sicuramente il modo migliore che hanno le realtà più piccole per riuscire a competere con quelle grandi. Il problema è che in Italia è difficilmente realizzabile, come ha confermato il Decreto sulle Reti di Imprese previsto dalla Manovra di stabilità del 2010 e presentato l’anno successivo, che avrebbe dovuto spingere le aziende a collaborare tra loro su singoli progetti per ottenere vantaggi in termini di competitività. In realtà però nel nostro settore si è rivelato poi un fallimento; in Italia infatti manca questo tipo di cultura: la rete fra imprese prevede lo sfruttamento di sinergie fra aziende per raggiungere un obiettivo comune, ma purtroppo capita spesso che gli interessi personali e della propria impresa prevalgano su quelli comuni. Gli unici buoni risultati in termini di Reti di Imprese li abbiamo riscontrati sul fronte commerciale”.

Non sono poche però anche le realtà italiane che non hanno approfittato degli incentivi introdotti dal Governo nel corso della prima fase. Il professor Marco Taisch del Politecnico di Milano, per esempio, ha dichiarato che tali misure sono state messe a disposizione quando i budget per il 2017 erano ormai stati decisi e che pertanto molte aziende sono rimaste tagliate fuori.

Un’altra ragione va attribuita però alla carenza di informazione. “Oggi si sente parlare tantissimo di Industry 4.0, ma poi sono poche le figure che davvero sanno nel dettaglio in cosa consista”, fa presente Luca Bergantini di Scm. “Mi capita spesso di incontrare artigiani che hanno solo informazioni basate sul “sentito dire” e siamo noi, in quanto aziende di riferimento nel settore tecnologico industriale, a fornire consulenze su questi temi”.

Un discorso – quello toccato da Bergantini – che non vale solo per misure recenti come Iper e Superammortamento, ma che si è visto succedere spesso e in concomitanza con l’uscita di nuove manovre o bandi, su cui le piccole e medie imprese artigiane italiane non erano sufficientemente aggiornate e informate. Occorrerebbe un impegno molto più forte nel comunicare e informare tutto il sistema produttivo italiano – aggiunge Bergantini – sulle opportunità rese disponibili dal Piano Industry 4.0. Impegno che dovrebbe coinvolgere in primis le associazioni di categoria, i distretti produttivi, e i consulenti. Anche perché il mio timore è che se siamo noi costruttori a dare questo tipo di informazioni, corriamo il rischio di farle sembrare delle forzature finalizzate unicamente alla vendita delle nostre macchine”.

Per poter utilizzare macchinari di ultima generazione, inoltre, occorre che in azienda ci sia personale qualificato in grado di saperli usare. “Credo – spiega ancora il responsabile mercato Italia di Scm – che la formazione e l’aggiornamento abbiano un valore molto importante, ma quello che vedo è una forte discrepanza tra quella che è l’esigenza reale del mercato e il livello formativo che le scuole e gli enti di formazione erogano. Si tratta di insegnamenti basati su macchinari e strumentazioni di diversi anni fa e oggi – per la velocità con cui si sta evolvendo il settore della meccanica – anche solo un quinquennio segna il passaggio da un’epoca all’altra. Si dovrebbe cercare di colmare questo gap coinvolgendo in primis le aziende, come sta facendo Scm attraverso la fornitura di macchine a controllo numerico a istituti, centri di formazione e scuole su tutto il territorio nazionale. L’obiettivo comune dovrebbe esser quello di riuscire a formare i futuri artigiani 4.0”.

Ma quale potrebbe essere lo scenario futuro della filiera del legno? “In futuro – conclude Carlo Alberto Strada di Acimall – vedo uno scenario in cui ci saranno da un lato i grandi gruppi che aumenteranno le proprie quote di mercato e, dall’altro, molte realtà più piccole che si specializzeranno nelle nicchie, orientando in quella direzione la propria offerta. Le imprese più piccole che invece si metteranno in diretta concorrenza con i grandi gruppi industriali senza far nulla per cambiare le proprie strategie sono destinate via via a perdere terreno”.

a cura di Elisa Maranzana

 

Industry 4.0 e filiera del legno: a che punto siamo? ultima modifica: 2017-11-03T10:51:22+00:00 da Rossana