Mercato del legno: uno sguardo “fuori da noi”…

Qualche chiacchierata e un interessante incontro ci hanno portato a fare alcune considerazioni sul mondo del legno che non possono essere che condizionanti per molte imprese.
Tutto nasce da un incontro organizzato in Federlegno prima delle vacanze estive. Protagonisti ne sono stati Alessandro Calcaterra, presidente di Fedecomlegno, l’associazione degli importatori e degli agenti di legno e derivati; Davide Paganoni della Paganoni Importlegno e Antonio Battaglia di Florian Legno. Un tavolo con personalità di tutto rispetto e conoscenze profonde, che hanno sollevato interrogativi e dato risposte su molti temi che hanno acceso la nostra curiosità, per quanto Xylon sia più vicina ad altri temi della filiera. Ma se è vero, come è vero, che è dall’albero che parte ogni cosa…. eccoci dunque ad ascoltare con grande attenzione e a renderci conto che esistono riflessi, interconnessioni che sembrano non arrivare fino a noi e invece…

GLI IMBALLAGGI, FRA LEGNO DI CONIFERA E PANNELLI
Le importazioni di conifere dei primi tre mesi dell’anno rivelano un andamento costante, come è emerso dall’incontro, legname che prede sostanzialmente tre strade: la falegnameria, in calo ma capace di mantenere un proprio appeal, l’imballaggio industriale, a cui va la quota di materia prima più povera ma anche il maggior consumo, e l’edilizia in legno strutturale (travi lamellari e X-Lam) che in questi mesi pare piuttosto stabile ma che negli ultimi dieci anni è stata protagonista di una crescita forte e continua. Ebbene, tutte le più importanti segherie austriache, tedesche e dell’Europa dell’Est si occupano di taglio ma sempre più anche della produzione di semilavorati, di elementi con un maggiore valore aggiunto. Cosa accade? La merce più povera, se la domanda per l’edilizia è forte, finisce all’interno delle travi, causando una riduzione delle disponibilità dei “fianchi” da imballaggio e un intero comparto industriale va in sofferenza per mancanza di materia prima. Gli importatori, molto spesso trait d’union fra offerta e domanda, hanno il loro bel daffare a cercare di convincere le segherie a non distogliere l’attenzione dall’imballaggio, ma nessuno rinuncia a maggiori guadagni… Dunque la domanda non trova risposte, ma non perché manchi il legno, i tronchi, ma perché vengono usati per produzioni più remunerative! C’è comunque da dire che i prezzi della conifera da imballaggio sono in costante crescita negli ultimi anni, sia perché aumentano i costi di trasporto e logistica che quelli della produzione, oltre che della materia prima, ma il motivo principale con sui gli imballatori industriali italiani, e non solo, si trovano a fare i conti è l’assorbimento da parte della edilizia in legno. Qualcuno potrebbe chiedersi perché non supplire con legno italiano, visto che di segheria ce ne sono ancora e di accrescimenti boschivi non utilizzato non vi è certo carenza, ma il divario fra una possibile “italica risposta” e i volumi necessari apre incolmabile, basti pensare che nel nostro Paese importiamo oltre 4milioni di metri cubi di legno di conifere all’anno, un oceano a confronto delle briciole che noi possiamo offrire… la cosa dovrebbe stimolare chi di dovere a fare in modo che si possa parlare di volumi più sostanziosi o di nuove collaborazioni? Può darsi, ma è ingenuo pensare che ci si possa anche solo avvicinare alla possibilità di esaudire la domanda. Se le segherie sono passate dal tronco alle tavole “verdi” e poi al piallato, all’essiccato, al prismato, al finger joint non possiamo pensare che in Italia si facciano grandi business occupandosi della merce più povera. Il risultato è il forte malessere del comparto industriale dell’imballaggio in legno che in Italia, non dimentichiamolo, è piuttosto consistente, superando quota 1.600 imprese che nonostante tutto lavorano e bene: le esportazioni di casse in legno sono in deciso aumento, grazie al ricorso crescente a materiali alternativi ai fianchi da imballaggio in legno di conifera, ovvero compensato e Osb.

SE USA E URSS DECIDONO DI…
Non c’è da disperarsi: una soluzione la si trova sempre, come abbiamo visto, ma ciò non toglie che ci siano situazioni che possono pesare e molto. Un’altra dinamica che ci ha fatto fortemente riflettere – e a cui probabilmente non sono molti fra gli utilizzatori finali di legno e derivati a pensarci – è quanto il forte potere di acquisto americano condizioni il prezzo di alcuni articoli in Europa. Un esempio estremamente attuale: gli Stati Uniti comperano la stragrande parte della produzione russa di compensato di betulla e i russi, a loro volta, offrono agli altri acquirenti volumi ridotti ma ai prezzi che pagano gli americani, un potere economico incontestabile e che genera un flusso globale di cui non possiamo essere altro che vittime. Il prezzo che pagano gli americani per il compensato russo e soprattutto le quantità che ne acquistano non possono che condizionare bisogni e possibilità di piccoli e grandi utilizzatori italiani ed europei. Situazione simile nel Sud America, dove il compensato di Pino Elliotti o di Pino cileno non è così difficili da reperire come quello di betulla russa, ma anche qui la domanda americana è aumentata considerevolmente, per cui la merce si trova ma sempre al prezzo stabilito dalla richiesta Usa. Ed eccoci, ancora una volta, a fare i conti con i flussi globali.

CERTIFICAZIONI
Ma non basta: tutti sappiamo come siamo cambiate e molto, negli ultimi tempi, le situazioni in tema di emissioni di formaldeide. Come abbiamo scritto anche in queste colonne ora si devono fare i conti con il recepimento su tutto il territorio Usa della più restrittiva normativa Carb, fino a tempi recenti valida solo in California. Dunque chi esporta pannelli o prodotti da interno fatti con pannelli ha bisogno di questa certificazione e deve necessariamente misurarsi con costi maggiori e disponibilità minori. Anche in questo caso gli Usa, di fatto, condizionano il mercato mondiale e gli utilizzatori finali, i mobilieri, coloro che usano pannelli, di questi “condizionamenti” si rendono conto Passerà anche questa, per carità, esattamente come quando ci siamo dovuti tutti adeguare alla oramai scontata “classe E1”, ma intanto…

A LIVELLO DI LOGISTICA…
Questi “elastici”, questi andamenti altalenanti non possono che creare scompensi anche nella logistica globale: nella prima parte dell’anno, ci hanno detto, il compensato di Pino Elliotti è stato venduto fortemente sia in America che in Europa, a causa dei dazi su altre origini: in quel momento il prezzo dei noli dal Brasile, porti di partenza, è schizzato alle stelle, arrivando a triplicare nel giro di sei mesi. Ecco che la domanda globale influisce anche sulla logistica, causando aumenti di prezzi dei prodotti che non sono da imputare al rincaro del petrolio o alla penuria di tronchi, ma a quella che potremmo definire una “ingovernabilità dei flussi”, a una domanda che cresce e a una disponibilità dei noli che tende invece a essere sempre la stessa, per cui può capitare che un mese non si riesca a ricevere la merce programmata e il mese dopo, magari, ne arrivi il doppio.

E quando i dazi scompaiono ecco che la domanda dal Vecchio Continente o dagli Usa verso i fornitori sudamericani crollano e i noli scendono del 20 per cento, ma basta poi – come ci hanno raccontato sia accaduto nel settembre 2017 – che gli importatori Usa comperino un po’ di più per tornare a vedere schizzare verso l’alto i prezzi delle navi. La logistica ha i suoi “elastici” e la situazione, per quanto non sia drammatica, è comunque più difficile: prima bastava ordinare mese per mese, oggi bisogna programmare trimestralmente o addirittura ogni sei mesi per cercare di governare gli imbarchi e gli importatori nostrani possano provare a garantire un servizio costante alla nostra industria. E’ sempre coì? E’ solo così. Da quanto sappiamo il mondo dell’importazione è un autentico oceano di esperienze e di rapporti talvolta “particolari”, per cui potrebbe essere vero tutto e il contrario di tutto, ma ciò non toglie che si dovrebbe prestare sempre più attenzione a come le “grandi politiche” si riflettono poi sul business quotidiano.

PAVIMENTI IN LEGNO
Un altro dei discorsi che abbiamo sentito ci ha fatto riflettere. In fondo non avevamo fatto più di tanto attenzione alla “lotta”, passateci questa enfasi giornalistica, fra i pavimenti in legno e il gres porcellanato. Molti ricorderanno come l’inizio del nuovo millennio abbia visto una certa caduta della classica piastrella a favore di un pavimento in legno sempre più tecnico, semplice, durabile, resistente… insomma, una stagione d’oro che penalizzò non poco i ceramisti. Ora ci ricambiano il favore: medicate le ferite sono tornati alla carica e si sono tolti il sassolino dalla scarpa, proponendo al mercato ottime soluzioni a imitazione legno in gres porcellanato! Che dire: l’importante è che si capisca – e si capisce molto bene – la differenza e che ciascuno possa scegliere il prodotto che più gli aggrada o che soddisfa e sue necessità o il suo portafoglio.

TIRIAMO LE SOMME
Ecco, tutto qui. Sono cose sentite e lette, viste e ascoltate. Ci siamo permessi di raccontarvi qualcosa di diverso, magari con un tono più leggero, ma dietro a queste righe ci sono temi che possono essere anche molto pesanti. Viene da chiedersi se la piccola imprenditoria italiana non debba convincersi che non si può pensare solo a fare sacrifici e a metterci tanto lavoro e che si dovrebbe anche immaginare che ci sono cose che, fatte insieme, porterebbe maggiori risultati.
D’accordo, siamo dei followers, almeno in tema di materia prima legno e per le note ragioni: prima lo eravamo della Cina, che consuma molto ma propende per la bassa qualità, ora degli Stati Uniti, che consumano anch’essi molto ma di qualità più elevata. E noi ci si ritrova a fare i conti con situazioni che non è certo semplice gestire.
E a ciò aggiungiamo, giusto per chiudere, che il legno è sempre più destinato a essere un bene di lusso e non solo o non più una materia prima e che oggi il mondo del mobile, e non solo, gira attorno al pannello…
E il futuro? E chi può dirlo? Non che non ci siano le capacità o le informazioni sulla base delle quali provare a immaginarlo, ma il vero problema è che stiamo parlando di scenari che sono fuori dal nostro controllo: il flusso globale di merci è tale che non è assolutamente possibile cercare di capire che cosa ci attende. Staremo a vedere, sapendo che il legno è alla base di una filiera comunque forte e di tanta eccellenza che è la vera arma per poter combattere qualsiasi sfida che il futuro e i grandi flussi economici internazionali ci imporranno. (l.r.)

Mercato del legno: uno sguardo “fuori da noi”… ultima modifica: 2018-10-10T15:51:07+00:00 da Rossana