La meccanica strumentale, un’eccellenza italiana

Acimall, l’Associazione dei costruttori di tecnologia italiana per la lavorazione del legno, aderisce a Federmacchine, la Federazione nazionale delle associazioni dei produttori di beni strumentali e loro accessori destinati allo svolgimento di processi manifatturieri dell’industria e dell’artigianato.

Un settore che è estremamente strategico per tutta l’economia italiana; la qualità dei prodotti e la forte propensione all’export sono caratteristiche che garantiscono al comparto una longevità e un potenziale di crescita importante. Nell’articolo cercheremo da una parte di fornire un quadro sull’andamento durante il 2017 e dall’altra mostrare come i macchinari rappresentano una fetta importante della manifattura italiana, che rimane ancora seconda in Europa e tra le prime al mondo.

Il 2017 è stato caratterizzato, ancor più che negli anni precedenti, dal forte aumento del fatturato e il settore dei beni strumentali ha stabilito un nuovo massimo storico. I dati che riguardano l’industria della meccanica strumentale mostrano una crescita dovuta sia all’espansione delle vendite sui mercati esteri, sia al fortissimo sviluppo della domanda interna Il valore del fatturato è aumentato del 9,7 per cento, attestandosi a 46,6 miliardi di euro. Tutte le tredici associazioni che compongono Federmacchine riportano una crescita del fatturato nel loro settore, nella maggioranza dei casi in doppia cifra. Le esportazioni, in espansione del 7,6 per cento, hanno stabilito un nuovo record, con 31,8 miliardi. Le consegne interne hanno aumentato ancora il tasso di crescita, a più 14,3 per cento, per un valore di 14,9 miliardi.

L’espansione del mercato italiano, più 11,6 per cento, con un consumo pari a 24 miliardi, ha premiato anche gli importatori (più 7,6 per cento). La quota di mercato soddisfatta da macchinari stranieri si attesta al 38 per cento. L’occupazione è cresciuta (più 3,2 per cento), arrivando a 191.500 unità.

Il fatturato complessivo delle 5.150 imprese appartenenti ai tredici comparti che, in questo momento, compongono Federmacchine è aumentato, come detto, a 46,6 miliardi di euro nel 2017, che corrispondono al 2,7 per cento del Prodotto interno lordo.

Il contributo più rilevante fornito all’economia italiana dal settore è dato dalle vendite all’estero: con 31,8 miliardi di euro, le vendite di macchinari all’estero coprono una quota del 5,9 per cento sul totale delle esportazioni italiane, che sale al 7,1 per cento prendendo in considerazione le sole esportazioni di merci.

Gli addetti alla meccanica strumentale, nel 2017, rappresentavano il 4,2 per cento degli addetti nell’industria manifatturiera italiana.

Da questi numeri si evince finalmente una crescita che riguarda tutte le variabili e che può considerarsi strutturale. E’ opportuno ricordare come il comparto della meccanica strumentale abbia superato due momenti di crisi molto ravvicinati, una sequenza che storicamente non ha precedenti. Nel 2009 ci fu il crollo repentino delle vendite che portò il settore e tutta l’economia in generale a perdere circa 40 punti percentuale. Seguì il biennio 2012-2013 in cui il livello produttivo ancora basso ha vissuto un lungo periodo di stagnazione. Dal 2014 è iniziata finalmente la ripresa che si è concretizzata con forza solo negli ultimi due anni. Una caratteristica distintiva dell’industria italiana costruttrice di beni strumentali è la forte propensione all’export, che, nel 2017, si è attestata al 68,1 per cento del fatturato, in leggero calo rispetto al 2016. La serie storica dell’indicatore mostra con chiarezza come, a fronte della prolungata crisi del mercato interno, le imprese italiane abbiano aumentato la loro, già molto elevata, propensione alle esportazioni, fino al picco del 73,5 per cento raggiunto nel biennio 2013. Negli anni seguenti è iniziato un progressivo ritorno a livelli più fisiologici. Il saldo commerciale complessivo dei settori che formano Federmacchine, nel 2017, è stato, come sempre, positivo, a quota 22,6 miliardi di euro.

Ovviamente il calo della percentuale è in parte dovuto al grande sviluppo del mercato interno negli ultimi anni. A tal proposito va ricordato che mai come in questi ultimi periodi le aziende hanno potuto usufruire di incentivi statali per la loro attività industriale. La Sabatini, il credito di imposta, il super ammortamento e l’iperammortamento hanno permesso alle aziende italiane di rivalutare il rinnovamento degli impianti produttivi. A ciò si è aggiunto il fatto che l’età media dei macchinari in Italia è molto elevata e ciò incentiva la voglia di investire.

I dati disponibili sulla ripartizione delle vendite nei diversi mercati coprono otto delle tredici associazioni di Federmacchine. La rappresentatività dei dati è alta (72 per cento del valore totale delle esportazioni) e, quindi, sufficiente a garantire l’affidabilità delle stime, che si estendono all’intero comparto di Federmacchine. Il primo mercato di sbocco è quello italiano, con una quota del 31,9 per cento delle vendite complessive. Al secondo posto, con il 31,1 per cento, del totale, ci sono gli altri paesi dell’Unione Europea: il peso complessivo dell’area Ue è pari al 63 per cento del totale. Nell’ultimo anno, il peso complessivo dell’Unione Europea, il mercato più vicino e tradizionale, ha guadagnato poco meno di un punto percentuale. Questo recupero riflette la maggiore crescita di questi mercati, in primis dell’Italia. Altre aree primarie di sbocco dei macchinari italiani sono l’Asia orientale e meridionale (pari al 12,1 per cento nel 2017), l’America settentrionale (9,3 per cento) e l’Europa orientale (6,2 per cento). Quote minori per Sud America, Africa, Medio Oriente. Il 2017 ha registrato un andamento differente delle vendite all’estero di macchinari italiani nelle varie regioni del mondo. Complessivamente l’export è aumentato del 7,6 per cento; i riscontri più positivi provengono dal Sud America (più 12,8 per cento), dall’Asia orientale e meridionale (più 11,6 per cento) e dall’Europa dell’Est (più 11,2 per cento). Crescono, in misura inferiore, le vendite in Unione Europea (più 7,9 per cento) e Oceania (più 6,1 per cento); ancora meno Africa (più 3,8 per cento) e America Settentrionale (più 2,8 per cento). In calo solo il Medio Oriente (meno 4,5 per cento). Le vendite di mezzi di produzione italiani nei paesi dell’Unione Europea sono cresciute a 14,5 miliardi di euro (più 7,9 per cento sul 2016). Migliorano tutti i mercati principali: Germania più 8,1 per cento (oltre 3.400 milioni), Francia più 5,5 per cento, Spagna più 7,6 per cento, Polonia più 10,4 per cento; in calo solo il Regno Unito ( meno 6,1 per cento). Le esportazioni italiane nei paesi europei extra-UE aumentano in doppia cifra (più 11,2 per cento), per un valore di poco inferiore ai 2,9 miliardi. Arretrano le vendite in Turchia ( meno 2,8 per cento, a quota 1.051 milioni), forte crescita in Russia (più 33 per cento) e Svizzera (più 10,4 per cento).
L’Africa ha acquistato macchinari italiani per 1.387 milioni di euro (più 3,8 per cento). Il primo cliente è l’Algeria (350 milioni), seguita dall’Egitto (236) e dal Sud Africa (223).
Le esportazioni in Medio Oriente sono diminuite del 4,5 per cento, per un valore di 1.068 milioni di euro. Diventa mercato leader quello iraniano (270 milioni, più 40,5 per cento), in calo Arabia Saudita (meno 29,6 per cento) ed Emirati (meno 6,8 per cento).
L’Asia Orientale e Meridionale si conferma al secondo posto tra le destinazioni estere dei macchinari italiani nel 2017, con oltre 5,6 miliardi (più 11,6 per cento). In forte ripresa la Cina (2,1 miliardi, più 14 per cento), crescono anche India, Giappone, Corea del Sud, Tailandia. Il Nord America ha incrementato, del 2,8 per cento, gli acquisti di mezzi di produzione italiani, per un valore di oltre 4,3 miliardi. Bene gli Stati Uniti (più 2,6 per cento, quasi tre miliardi), fermo il mercato messicano (più 0,4 per cento, poco meno di un miliardo). L’America Meridionale ha importato macchinari per 1.550 milioni di euro, in crescita del 12,8% sul 2016. Benissimo Brasile (più 32,8 per cento), Cile (più 31,5 per cento), Perù (più 28,3 per cento); in espansione anche l’Argentina (più 3,9 per cento). Le vendite in Oceania si attestano a 382 milioni (323 destinati all’Australia, 56 alla Nuova Zelanda). I Paesi emergenti si confermano di primaria importanza per i costruttori italiani di mezzi di produzione: ben 5 dei primi 10 mercati nel 2017. Abbiamo sottolineato come il settore dei macchinari sia importante per l’economia italiana e i numeri ci dimostrano che, con ogni probabilità, questo trend continuerà ad aumentare. Allargando il raggio ai confini nazionali si può dire che la meccanica italiana è importante anche a livello europeo? E come si comportano i nostri competitor, fatto salvo che la Germania primeggia nel manifatturiero? Possiamo tranquillamente affermare che il settore della meccanica strumentale italiana è giunto a occupare stabilmente i posti di testa nelle graduatorie mondiali, in questo sopravanzando quasi tutti gli altri settori industriali del Paese. I dati su cui ci basiamo provengono dal sito di Eurostat e riguardano il 2016, ultimo anno per il quale sono disponibili per (quasi) tutti i paesi dell’Unione. Il settore preso in esame è il Nace Rev.2 “Machinery and equipment“, il più vicino a quello della meccanica strumentale, pur essendo più ampio.
Provando ad analizzare il peso dell’Italia nel contesto dell’Unione Europea, partendo dal dato più generale, quello che si riferisce al Prodotto Interno Lordo, l’Italia pesa per l’11,3 per cento del reddito complessivo europeo e si trova al quarto posto, dopo Germania, Regno Unito e Francia.
Concentrando l’attenzione sull’industria manifatturiera, la Germania rafforza il primo posto (con una quota del 27,1 per cento). Segue subito l’Italia, che guadagna due posizioni, con il 12,5 per cento, davanti a Francia e Regno Unito.
Se restringiamo il campo al settore dei macchinari, la Germania vede crescere ancora la propria quota, al 38,1 per cento, e l’Italia rafforza il secondo posto con il 17,3 per cento.
Questo conferma la specializzazione e la forza dell’Italia nel settore, in un contesto europeo che vede crescere il predominio tedesco e la marginalizzazione degli altri Paesi.
A ciò si aggiunge un dato qualitativo che evidenzia come la distribuzione a livello geografico delle esportazioni italiane di macchinari sia nettamente più eterogenea rispetto a quella tedesca: in sostanza il “made in Italy” viene esportato in più mercati rispetto ai tedeschi e questo significa che i margini di crescita della nostra manifattura sono ancora ampi. Il quadro descritto sopra cambia se guardiamo al numero di imprese: l’Italia da sola conta il 25,3 per cento delle imprese europee; al secondo posto ci sono i tedeschi (17,2 per cento). Gli altri grandi paesi hanno un numero di imprese inferiore al 9 per cento del totale europeo. Questo implica che le imprese italiane hanno, in media, dimensioni più piccole dei loro concorrenti europei. Le aziende tedesche hanno dimensioni più che doppie, per fatturato e addetti, rispetto alla media europea. Questo elemento è effettivamente considerato da sempre migliorabile per le aziende italiane: alcuni mercati sono facilmente aggredibili con una dimensione aziendale più ampia che permettono di superiore alcune barriere all’entrata che sono insormontabile per la piccola realtà artigiana.
E’ emblematico il caso degli Usa per quanto riguarda il settore della tecnologia per la lavorazione del legno: gli Stati Uniti sono il primo mercato ma da sempre il processo di internazionalizzazione richiede un’attenzione particolare; assistenza post vendita, service just in time e fornitura di ricambistica veloce sono elementi necessari e che possono essere garantiti esclusivamente da realtà aziendali strutturate.
Se le dimensioni sono inferiori, questo non impedisce alle aziende italiane di raggiungere alti livelli di efficienza. Il fatturato per addetto in Italia, con la media europea pari a 224mila euro, è di ben 249mila euro, superato solo da quello britannico (310mila) e francese (272mila) ed è superiore a quello tedesco (225mila). Competenza e specializzazione rimangono punti di forza della nostra produzione manifatturiera.
Sintetizzando i molti numeri fin qui citati, è evidente che la meccanica strumentale italiana rappresenta un fiore all’occhiello della manifattura nazionale. E’ altrettanto vero che spesso il nostro brand va comunicato nel modo e nelle sedi giuste. Un patrimonio tale va rinforzato attraverso campagne di marketing forti sui territori internazionali e in questo campo si devono impegnare le aziende con le Associazioni di categoria e le istituzioni. Cavalcare l’onda di un trend economico positivo sarà importante e rappresenterà una sfida per i prossimi anni.

(a cura di Carlo Alberto Strada – Ufficio Studi Acimall)

La meccanica strumentale, un’eccellenza italiana ultima modifica: 2018-10-12T15:34:24+00:00 da Rossana