I tempi lunghi del bosco

12/02/2026

Tra abete rosso, tempeste e bostrico, la gestione forestale in Alto Adige racconta un modello di sostenibilità che nasce dalla tradizione e guarda al futuro.

In Alto Adige il bosco è la principale forma di uso del suolo: le foreste coprono circa il 50 per cento del territorio provinciale, pari a oltre 370 mila ettari, una delle percentuali più alte in Italia, per quello che è uno dei più vasti sistemi forestali continui dell’arco alpino, con boschi che si estendono soprattutto in quota, su versanti ripidi e spesso difficilmente accessibili.
E quando si parla di boschi e foreste in quest’area non si tratta solo di una risorsa ambientale o paesaggistica. In un territorio alpino densamente abitato nei fondovalle, il bosco svolge infatti una funzione protettiva fondamentale: difende abitazioni, infrastrutture e vie di comunicazione da frane, valanghe ed erosione del suolo. Una funzione che impone vincoli stringenti alla gestione e che rende ogni intervento una questione di equilibrio tra sicurezza, tutela ecologica ed economia del legno. Negli ultimi anni questo equilibrio è stato messo a dura prova. La tempesta Vaia, gli schianti da neve e la diffusione del bostrico hanno colpito decine di migliaia di ettari di foresta in tutto il Nord-Est, trasformando la gestione forestale in una sfida permanente, aggravata dagli effetti del cambiamento climatico.


Qui la difficoltà è evidente già a colpo d’occhio”, spiega Marco Pietrogiovanna, direttore dell’ufficio pianificazione forestale della provincia autonoma di Bolzano. “I nostri sono boschi di montagna, una tipologia che si sviluppa su versanti ripidi, spesso sopra i 1.000-1.200 metri di quota, dove le possibilità di intervento sono fortemente condizionate dalla morfologia del terreno. Questo significa che la gestione forestale è strutturalmente più complessa rispetto a territori collinari o pianeggianti: non si può intervenire con la stessa facilità né con le stesse modalità”.
Oltre la metà dei boschi altoatesini si trova infatti su pendenze elevate, tali da rendere impossibile l’uso di macchinari tradizionali e da richiedere sistemi di esbosco specifici, come gru a cavo e teleferiche. E in molte aree, inoltre, l’accessibilità è limitata o stagionale, con strade forestali e piste che devono convivere con vincoli ambientali, rischio idrogeologico e costi di realizzazione molto elevati.

Marco Pietragiovanna

È questa combinazione – pendenza, quota e difficoltà di accesso – che distingue radicalmente la gestione forestale alpina da quella dei territori collinari o pianeggianti del Centro Europa, dove le foreste sono più facilmente meccanizzabili e gli interventi possono essere continui e su larga scala. Qui non possiamo intervenire come in un territorio collinare: ogni scelta – dal tipo di taglio alla viabilità – deve tenere conto della stabilità del versante e della sicurezza a valle. In un contesto simile, la gestione forestale non è mai solo produttiva. Ogni intervento diventa anche un’operazione di ingegneria territoriale, in cui l’obiettivo non è massimizzare il prelievo, ma mantenere l’equilibrio tra bosco, suolo e infrastrutture”.

IL LEGNO
Nei boschi dell’Alto Adige l’abete rosso è la specie dominante. In molte aree rappresenta oltre la metà della composizione forestale, soprattutto nelle fasce montane e subalpine, dove è una specie autoctona, adattata da secoli alle condizioni climatiche alpine. È l’albero che più di ogni altro definisce il paesaggio forestale altoatesino e che sostiene gran parte della filiera economica del legno, dalla selvicoltura alle segherie.
Proprio questa centralità, però, ne rappresenta oggi anche il punto debole. Boschi estesi, spesso monoplani e con una forte presenza di abete rosso maturo, risultano strutturalmente più vulnerabili agli stress ambientali e agli eventi estremi.
“Il primo colpo è arrivato con la tempesta Vaia, che ha abbattuto in poche ore migliaia di ettari di foresta. Subito dopo è entrato in gioco un nemico meno spettacolare, ma più persistente: il bostrico tipografo, un insetto che attacca in modo selettivo proprio l’abete rosso, che è la specie che dalla tempesta Vaia in poi è sotto attacco”, spiega Marco Pietrogiovanna. “Dopo uno schianto o un periodo di stress, come siccità o caldo anomalo, l’abete rosso diventa particolarmente vulnerabile”.
Il bostrico scava gallerie sotto la corteccia, interrompendo il flusso della linfa. L’albero non muore immediatamente, ma inizia lentamente a disseccarsi. Quando la chioma vira dal verde al marrone – il segnale visibile dell’infestazione – l’insetto ha spesso già completato il suo ciclo ed è passato altrove.
È questo che rende il fenomeno difficile da contrastare: il danno diventa evidente quando l’attacco è ormai concluso. Inoltre, il bostrico colpisce soprattutto gli alberi più grandi e maturi, cioè quelli che costituiscono il cuore produttivo e strutturale dei boschi di abete rosso. “Così, in pochi anni, una specie che per secoli ha garantito stabilità, protezione e reddito si è trasformata nel punto più fragile del sistema forestale alpino, costringendo la gestione a ripensare strategie e obiettivi di lungo periodo. Oggi vediamo una situazione in netto miglioramento, i provvedimenti che abbiamo attuato hanno dato i propri frutti”.

UN BOSCO “FRAMMENTATO”
A rendere ancora più complessa la gestione forestale in Alto Adige è la struttura della proprietà. Il bosco è in prevalenza privato e fortemente frammentato, con circa 24mila proprietari forestali, nella maggior parte dei casi con superfici inferiori ai 10 ettari. Dimensioni troppo ridotte per garantire, da sole, una gestione regolare e continua del bosco o un reddito costante dal legname.
È per questo che la Provincia ha costruito nel tempo un sistema di pianificazione forestale “a tappeto”, che copre l’intera superficie boscata. I proprietari con superfici superiori ai 100 ettari sono dotati di un vero e proprio piano di gestione, aggiornato ogni dieci anni, in cui vengono stimati la massa legnosa in piedi, l’incremento annuo e la quantità di legname prelevabile in modo sostenibile. I piccoli proprietari dispongono invece di strumenti più sintetici, le cosiddette schede boschive, che indicano comunque limiti e possibilità di utilizzo.
Anche la filiera economica riflette questa impostazione. L’Alto Adige ha scelto da oltre vent’anni la certificazione forestale Pefc di gruppo, uno strumento pensato proprio per territori con migliaia di piccoli proprietari, che consente al legno locale di rimanere competitivo sul mercato europeo e garantisce tracciabilità e sostenibilità.

Questo impianto di pianificazione e filiera è oggi la base su cui si innesta l’adattamento al cambiamento climatico. I dati mostrano un aumento delle temperature, mentre le precipitazioni restano più incerte. “Aumentare la mescolanza delle specie, favorire strutture forestali più diversificate per età e composizione, e accompagnare – dove necessario – il naturale rinnovamento del bosco”.
Nella maggior parte dei casi, infatti, il bosco viene lasciato rigenerarsi da solo. Le piantumazioni sono riservate a situazioni particolari, come le aree sopra abitazioni o infrastrutture, dove è necessario accelerare il ritorno della copertura forestale.
La natura fa gran parte del lavoro”, conclude Pietrogiovanna. “Il nostro compito è metterla nelle condizioni di funzionare”.

A cura di Francesco Inverso
servizio-forestale.provincia.bz.it

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