
Working Process: “Siamo figli di un saper fare che ci lega a questa terra!”
È forte il legame che unisce Woking Process al territorio piacentino, la terra dove è nata e da dove è partita per portare i propri, innovativi impianti per la produzione di serramenti in tutto il mondo…
Non ha mezzi termini nel risponderci: Filippo Schegginetti ha le idee molto chiare su quale sia il rapporto fra la realtà di cui è responsabile marketing, oltre che membro del cda: “Working Process avrebbe potuto nascere in poche aree d’Italia: siamo nati a Piacenza, una terra che vanta – esattamente come il Riminese, il Pesarese e poche altre – una forte vocazione nella meccanica, nella meccatronica. Basti pensare che le “officine” dell’Esercito Italiano sono proprio qui, a Piacenza: è qui che vengono riparati e aggiornati carri armati, cannoni, veicoli blindati; una frequentazione antica e una tradizione che ha fatto sì che negli scantinati dei piacentini ci fossero i torni e non, come storicamente è stato al di là del Po, canestri per produrre il formaggio o trebbiatrici per il grano.
Da noi l’agricoltura, per quanto importante e diffusa, è sempre stata vissuta in modo diverso rispetto alla meccanica, da sempre nel nostro dna.
Per questo le ho detto che una esperienza non poteva che nascere da queste parti, da una passione grande, da una ricerca continua di modi nuovi per fare anche le cose più semplici, perché è questo che dalle nostre parti si è sempre fatto.
Una terra di confine, dove la gran parte delle aree abitate si trova lungo i fiumi, vie di comunicazione che hanno portato le persone a incontrarsi, a confrontarsi, a “contaminarsi” con idee e desideri, lungo quel Po che portava fino ai mercati di Venezia e al mare”.

“Non ci è voluto molto perché da quella sorta di “artigianato diffuso” legato agli arsenali militari si decidesse di uscire dagli scantinati per creare qualcosa di nuovo, di grande.
Nasce da questo desiderio di migliorare e migliorarsi quello che oggi è una eccellenza riconosciuta a livello internazionale, un polo della meccatronica da cui nel tempo non solo sono nate grandissime aziende come Mandelli, MCM, Jobs o Astra, ma ha visto l’arrivo di colossi multinazionali che hanno compreso il valore di questa terra, realtà impegnate nella meccanica di precisione, nell’automotive, nell’aerospace…
È da tutto questo che prendono il via marchi gloriosi anche per il settore della lavorazione del legno, primi fra tutti realtà come Gabbiani o Celaschi, nomi conosciuti e riconosciuti a livello mondiale. Insomma: da queste parti ci sono sempre state e ci sono tutt’ora competenze, frequentazioni, passione per il “fare meccanico” che così tanto ha dato anche a noi di Working Process, alla nostra voglia di innovare profondamente le tecnologie per la produzione del serramento, per lavorare un materiale così nobile e antico”.
“Siamo figli di questa terra ed in fondo, forse, non poteva andare diversamente. Working Process è una realtà che progetta e produce tecnologie che, mi permetta di sottolinearlo ancora una volta, hanno rivoluzionato il modo di produrre serramenti il legno. Una realtà che vuole cambiare le regole del gioco ha bisogno di fondamenta salde non solo a livello di idee, ma anche nelle capacità per renderle reali: in questa terra abbiamo trovato tutto ciò che serviva, prima fra tutto una qualità delle lavorazioni meccaniche che avevano come sbocco proprio l’industria metallurgica, la lavorazione dei metalli, che notoriamente impone tolleranze infinitesimali, ben più piccole di quelle che erano richeste nel mondo del legno.
Potremmo riassumere l’idea sulla quale è stata fondata ed è cresciuta Working Process nella volontà di lavorare come se fossimo una propria industria meccanica, con quella precisione, quei software, quei sistemi di gestione, quella idea moderna di flussi di produzione, con un handling che permettesse di raggiungere risultati ben più importanti rispetto al lavoro delle singole macchine.
Devo dire che abbiamo imparato molto dalle macchine utensili per i metalli ed è stato facile, proprio perché eravamo a Piacenza”.
Il “genius loci”, il “saper fare” legato a certi luoghi, a certe tradizioni è dunque un valore fondante…
“Sono personalmente convinto che se non avessimo avuto sede da queste parti avremmo dovuto spostarci per trovare attorno a noi ciò che era ed è indispensabile alla nostra crescita. Non sono convinto che il tempo della globalizzazione permetta di portare ogni attività umana ovunque: ne è una prova l’attitudine, la passione che troviamo nelle nuove generazioni, ancora molto forte; l’orgoglio di essere parte di un luogo e comprendere che lì si può progettare la propria vita, sentirsi realizzati… nella stragrande maggioranza dei casi si può fare qualsiasi cosa ovunque, ma ritengo sia altrettanto evidente che se si ha la fortuna di trovarsi in un contesto che vive determinate passioni tutto possa diventare molto più facile…”.
A proposito di giovani: nel Piacentino è più facile trovare manodopera?
“Direi che è più facile trovare persone con un background, una storia che le avvicina al mondo della meccatronica, ma resta molto difficile attrarre i giovani verso le nostre professioni. La filiera chiede a gran voce competenze e professionalità, ma le “nuove leve” preferiscono fare altro: la tecnologia per il falegname, per quanto possa essere innovativa ed evoluta, non è così appetibile come il mondo dei social o la moda ed è un grandissimo peccato, perché le aziende del nostro settore possono garantire un accesso immediato e sicuro al mondo del lavoro, offrendo ampie possibilità di carriera in un ambiente stimolante. Forse non abbiamo fatto abbastanza per far capire ai giovani che concludono un percorso di formazione che non è più il tempo della segatura, della tuta blu o delle mani sempre sporche di grasso: oggi la nostra industria è totalmente diversa anche dal passato più recente e quando riusciamo a entrare nelle scuole, quando mostriamo i nostri ambienti di lavoro e cosa facciamo ogni giorno le nostre possibilità aumentano…”.
“Anche il dialogare con i giovani è “rapporto con il territorio”, offrendo loro quelle informazioni indispensabili per poter comprendere e decidere”, prosegue Filippo Schegginetti. “Una impresa è un organismo che vive sul territorio, con il territorio, per il territorio. E le garantisco che non è una affermazione ad effetto, ma il voler riassumere un rapporto fatto, ad esempio, di sponsorizzazioni di squadre dilettantistiche di basket o di rugby attente alla inclusività. Abbiamo stipulato delle convenzioni per fare in modo che chi lavora con noi possa accedere ai servizi che il territorio offre a condizioni agevolate, sicuri che un diverso rapporto fra vita e lavoro non possa che generare stati di benessere e di soddisfazione di cui la quotidianità dell’impresa non potrà che beneficiare; un lavoro che sia organizzato in modo da evitare situazioni stressanti, favorendo molto spesso l’autogestione. Credo che tutto questo rimandi a una sorta di “ecosistema” nel quale è fondamentale una relazione equilibrata fra persone, lavoro, ambiente, fabbrica e territorio: in Working Process non abbiamo campanelle che suonano per la pausa caffè. Ciascuno conosce le proprie responsabilità e gli obbiettivi, il resto viene da sé. Ci sono persone che lavorano con noi da vent’anni e anche di più: se hanno bisogno di parlare con qualcuno della direzione non devono fare altro che bussare alla loro porta. E ci si vede anche fuori dall’orario di lavoro, magari in qualcuna delle feste che si tengono nella nostra vallata, anche queste un modo per rivendicare una vicinanza, un’appartenenza”.
… e di tutto questo cosa resta nelle vostre macchine?
“Mi creda: tutto questo si “respira” anche nei nostri centri di lavoro: sento che qualcosa resta in qualche modo attaccato ai controlli, ai servomotori, agli elettromandrini; un profumo che racconta come la nostra tecnologia è stata pensata, desiderata, costruita, da quale ragionamento è nata e quanta cura, competenza e passione c’è dentro.
Ne abbiamo avuto una testimonianza in occasione del nostro primo venticinquesimo anniversario, quando abbiamo accolto i nostri lavoratori con le famiglie e i bambini restavano incantati ad ascoltare quello che il loro papà raccontava del suo lavoro, di come le macchine che costruiamo siano apprezzate in tutto il mondo… un orgoglio vero, profondo; senz’altro uno dei nostri valori più grandi e che contribuisce a fare delle nostre macchine ciò che sono.
Vogliamo continuare su questa strada, continuare a creare delle “gradevoli opportunità” in un luogo di lavoro piacevole, sicuro, sereno: stiamo investendo molto su questi aspetti, sia negli attuali 13mila metri quadrati di capannoni sia nel nuovo, un raddoppio degli spazi produttivi – arriveremo a oltre 26mila metri quadrati coperti – che ci permetterà anche di pensare all’aumento del livello occupazionale, arrivando nel tempo a 150 addetti. Un modo concreto per dimostrare quanto crediamo in questo territorio e nelle persone che lo vivono”.
Raddoppiare spazi e persone vuol dire avere progetti ambiziosi anche in termini di mercato…
“Assolutamente: noi oggi guardiamo all’Europa ma non le nascondo che pensiamo a un nuovo capitolo della nostra storia che possa portarci anche più lontano in modo continuativo e strutturato. In questi anni abbiamo già investito per una presenza più efficace negli Stati Uniti e in Oceania, aree che vediamo molto attive e che vorremmo servire in modo ancora più rapido ed efficace.
Sarà un passo obbligato per continuare a crescere in un mondo dove i serramenti servono sempre allo stesso scopo ma a seconda delle latitudini vengono concepiti e prodotti in stili e fogge diverse. Le nostre tecnologie rispettano queste differenze, oltre a permettere di fare di più e meglio.
Vorremmo far conoscere in altri ambiti, in altri Paesi il nostro “essere diversi”: nasciamo “diversi” e abbiamo di fatto imposto un nuovo standard. Forse ci siamo davvero riusciti: abbiamo concretizzato le specificità di questo territorio inventando un modo di lavorare il serramento che non c’era”.
A cura di Luca Rossetti
working-process.com





