
Imprese: oltre 7 aziende su 10 continuano ad aspettarsi una crescita delle esportazioni nel 2026
Nonostante le tensioni geopolitiche legate al conflitto in Medio Oriente, le prospettive dell’export globale restano orientate alla crescita, seppur in un contesto più incerto e complesso. È quanto emerge dalla Global Survey 2026 di Allianz Trade, che evidenzia come lo scenario internazionale non abbia compromesso le aspettative delle imprese, ma abbia profondamente ridefinito la geografia dei rischi dopo un anno segnato dalla guerra commerciale.
L’indagine – condotta tra febbraio e marzo 2026 su un campione di 6.000 aziende in 13 mercati, tra industria manifatturiera e altri settori – analizza l’impatto del conflitto su esportazioni, commercio globale e catene di approvvigionamento, offrendo una fotografia aggiornata delle strategie e delle preoccupazioni delle imprese a livello internazionale.
LE IMPRESE RESTANO FIDUCIOSE
“La Global Survey di Allianz Trade rivela che il 75 per cento degli esportatori continua ad aspettarsi una crescita positiva delle esportazioni nel 2026. L’impatto del conflitto in Medio Oriente sembra moderato, ancor più se confrontato con lo shock tariffario del 2025, quando le aspettative sono crollate di 40 punti percentuali. Tuttavia, questo ottimismo rimane fragile e potrebbe svanire rapidamente se il conflitto si dovesse protrarre. In realtà, le aziende vietnamite, statunitensi e spagnole hanno tutte perso più di 10 punti percentuali di fiducia a causa del conflitto, mentre, le imprese cinesi hanno perso 9 punti percentuali”, spiega Aylin Somersan Coqui, CEO di Allianz Trade.
Nonostante questa fiducia resiliente, il conflitto in Medio Oriente sta irrigidendo le condizioni del finanziamento commerciale. I tempi di pagamento si stanno allungando e la quota di aziende pagate entro 30 giorni è scesa dal 10 per cento al 7 per cento, dall’inizio del conflitto, mentre, quella di chi attende oltre 70 giorni è aumentata dal 15 per cento al 24 per cento. Guardando al futuro, il 43 per cento delle aziende prevede un ulteriore deterioramento delle condizioni di pagamento (più 5 punti percentuali rispetto al periodo pre-conflitto).
Anche il rischio di mancato pagamento è peggiorato: la quota di imprese che si aspettano un rischio più elevato è salita al 40 per cento (più 6 punti percentuali rispetto al periodo pre-conflitto). I settori farmaceutico, delle costruzioni e dell’informatica/telecomunicazioni risultano i più esposti, mentre le aziende di maggiori dimensioni affrontano cicli di pagamento sproporzionatamente più lunghi.
“Il conflitto ha spinto il rischio geopolitico e politico al primo posto tra le minacce globali per il 65 per cento delle aziende, superando la complessità e la concentrazione delle catene di approvvigionamento (45%), che erano la principale preoccupazione nel 2025 durante la guerra commerciale. Le problematiche legate all’offerta, come il fallimento dei fornitori e la carenza di input, sono salite al secondo posto (57 per cento). Tuttavia, meno di un quarto delle aziende è preoccupato per gli effetti a catena del conflitto su energia e trasporti marittimi: o le imprese sono fiduciose nei propri meccanismi di adattamento, oppure si aspettano che il conflitto sia di breve durata”, aggiunge Aylin Somersan Coqui.
AZIENDE: OBIETTIVO APPROVVIGIONAMENTO
Dall’inizio della guerra commerciale nel 2025, le imprese hanno implementato strategie di mitigazione per adattarsi al nuovo contesto. Quelle con catene di approvvigionamento lunghe sono state le più reattive e particolarmente più inclini a rivolgersi a nuovi fornitori e a reindirizzare i flussi rispetto al campione complessivo.
I meccanismi di adattamento più comuni sono stati l’aumento delle scorte e la diversificazione verso nuovi mercati (64 per cento ciascuno), così come l’approvvigionamento da nuovi fornitori (63 per cento), indicando uno sforzo diffuso per ridurre i rischi sia sul lato della domanda sia su quello dell’offerta. Segue il reindirizzamento attraverso mercati terzi (57 per cento), a conferma del fatto che le imprese stanno adattando anche la logistica per aggirare le frizioni commerciali.
“Dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, il 53 per cento delle imprese sta cercando rotte di spedizione o vettori alternativi, con oltre il 60 per cento a Singapore, Italia, Emirati Arabi Uniti e Polonia. La seconda strategia più diffusa (52%) consiste nel lavorare con broker doganali per accelerare le operazioni di sdoganamento, con oltre il 60 per cento in Italia, Germania, Cina e Regno Unito. La terza è l’adattamento dei tempi di consegna per il 50 per cento delle imprese, principalmente in Vietnam, Regno Unito, Singapore, Francia e Italia. Al contrario, le modifiche agli Incoterms (36 per cento) restano più limitate, suggerendo che gli adeguamenti contrattuali seguono quelli operativi”, afferma Ano Kuhanathan, Head of Corporate Research di Allianz Trade.
Inoltre, la crisi in Medio Oriente non ha compromesso le prospettive delle aziende riguardo al reshoring globale: il 72 per cento degli esportatori prevede almeno di proseguire allo stesso ritmo. Tuttavia, i principali vincoli al reshoring restano concentrati su problematiche legate ai fornitori, come la mancanza di accesso o di fornitori nazionali di alta qualità (circa 83%), seguiti dai costi di produzione (67%) e dalla mancanza di incentivi fiscali o sussidi (61%).
Catene di approvvigionamento più complesse stanno spingendo le imprese a porre la resilienza al centro delle proprie strategie di investimento, dando priorità al consolidamento dei mercati, a nuove rotte commerciali e alla costruzione di strutture all’estero.
EUROPA E ASIA: CRESCITA FUTURA
La guerra commerciale ha ridotto l’attrattività degli Stati Uniti per gli esportatori: solo il 13 li considera un mercato in crescita. Nel contesto della riconfigurazione delle catene di approvvigionamento e dei recenti accordi di libero scambio, Europa e Asia sono prioritarie per la crescita futura, poiché le imprese cercano sempre più stabilità e apertura dei mercati.
L’interesse per l’Europa come destinazione delle esportazioni è cresciuto in modo generalizzato, con gli esportatori di Singapore (più 10 punti percentuali rispetto al 2025) e degli Stati Uniti (più 9 punti percentuali rispetto al 2025) che mostrano l’aumento più marcato dell’interesse. L’Asia rimane complessivamente la destinazione offshore preferita, anche se l’attrattività degli investimenti in Cina è crollata: solo il 23 per cento delle imprese (meno 30 punti percentuali rispetto al 2025) prevede di aumentare la propria presenza, anche se solo il 10 per cento sta pianificando attivamente di uscire.
“Le opportunità di crescita sono rafforzate da una nuova ondata di accordi commerciali: il 93 per cento delle imprese prevede di espandersi sfruttando i recenti accordi di libero scambio, come India-UE e MERCOSUR-UE, con India, Brasile, Vietnam e Francia che emergono come mercati prioritari. Tuttavia, il pieno potenziale di questi accordi resta limitato: le barriere non tariffarie, in particolare i requisiti di licenza e certificazione, continuano a rappresentare il principale ostacolo che impedisce alle imprese di trasformare l’accesso agli accordi commerciali in una reale crescita delle esportazioni”, conclude Ana Boata, Head of Economic Research di Allianz Trade.





